Gli ultimi del Lagorai

Gli ultimi del Lagorai

— testo di Leonardo Panizza, foto di Elisa Bessega

 QUATTRO GIORNI DI SOLITUDINE ATTRAVERSO IL LAGORAI, IN AUTONOMIA SENZA LASCIARE TRACCIA 


Senza rifugi o “bivacchi gestiti”, finché sarà possibile.
Quando abbiamo scoperto che i progetti di riqualificazione che interessano il Lagorai erano già iniziati ci siamo resi conto che dovevamo partire subito. Non c’era più tempo. Probabilmente il 2019 sarà uno degli ultimi anni in cui è possibile attraversare la selvaggia catena in totale autonomia, senza rifugi o “bivacchi gestiti”.
Elisa ha iniziato così ad essiccare i pasti e le barrette energetiche per cercare di risparmiare peso e spazio negli zaini. Zuppe di cereali e verdure, lenticchie, zucca e barrette di cacao al cocco senza alcun imballaggio pesavano 1,5 chili, evitando sprechi di plastica e riducendo a zero la produzione di rifiuti.

Partiamo da Passo Rolle con il sole e inoltrandoci nel bosco siamo colpiti immediatamente dalla sensazione di libertà. Il Lagorai è infatti una catena montuosa interessata da un turismo più lento e meno impattante rispetto a quello delle vicinissime Dolomiti. Ci sono solo piccole malghe che portano il latte a valle per produrre il formaggio e pochissimi rifugi discreti e rispettosi del silenzio che caratterizza i mille chilometri quadrati di pietraie, boschi e pascoli.
Veniamo immediatamente inghiottiti da una distesa di porfido e ci ritroviamo al cospetto della più alta cima dell’intero gruppo, Cima Cece.

Dopo una prima nottata col cielo stellato passiamo i successivi 3 giorni sotto l’acquazzone. Ci svegliamo ad orari improponibili cercando di approfittare delle uniche ore di sereno ma la pioggia ci raggiunge sempre, instancabile, costringendoci a ripensare le tappe prestabilite. Di volta in volta siamo costretti a valutare la soluzione migliore in base alle nostre condizioni e ai rischi. Vicino a Cima Litegosa assistiamo alla prima nevicata e dopo 44 chilometri su 80 previsti siamo costretti ad abbandonare il percorso in quota per scendere a valle.

La montagna non è qualcosa da piegare per assecondare le proprie volontà.
Mentre camminiamo nel buio lungo la forestale che porta al paese ci chiediamo se stiamo facendo la cosa giusta. Se ci fossero stati dei rifugi sarebbe stata diversa la nostra esperienza? Saremmo stati più asciutti, più comodi, ma in fondo che sarebbe cambiato? Non avremmo vissuto una montagna autentica, che richiede costante capacità di scegliere autonomamente, di essere flessibili e pronti a saper rinunciare.

La montagna non è qualcosa da piegare per assecondare le proprie volontà, non dev’essere solo successo. La rinuncia ci insegna che in fondo siamo solo gocce di pioggia che finiscono in un grande lago. I bivacchi che abbiamo trovato durante il percorso sono stati utilissimi punti di appoggio soprattutto in condizioni di maltempo, punti necessari ma sufficienti per poter percorrere la Translagorai in totale autonomia.
Dobbiamo accettare la nostra piccolezza, la nostra fragilità con tenerezza e non per questo perdere la volontà di esplorare il mondo. Il Lagorai ci insegna anche questo.


Elisa Bessega - Alpinista e fotografa, vive cercando di passare il maggior tempo possibile a contatto con la natura e porta con sé in montagna la sua passione per l’autoproduzione ed il pensiero zero waste.
@umeshoku https://www.instagram.com/umeshoku/

Leonardo Panizza - Unisce l’amore per la montagna a quello per la scrittura facendosi ispirare dal territorio Trentino. Psicologo, lavora come educatore e partecipa a gruppi di montagnaterapia.
@zerodati https://www.instagram.com/zerodati/


Le nostre calzature
Per la Translagorai abbiamo indossato le AKU Trekker Lite III GTX, perfette per sostenere zaini non proprio leggeri e per camminare più giorni con il massimo confort su sentieri molto sconnessi.




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