• Ice Memory
    Gran Sasso

Nel cuore del ghiacciaio del Gran Sasso
è nascosto il passato climatico del pianeta.
Insieme con gli scienziati
AKU vuole salvaguardarlo.

testo di Piero Carniel, foto e video di Riccardo Selvatico

Si sono concluse nel ghiacciaio più meridionale d’Europa le operazioni di carotaggio della missione Ice Memory – Gran Sasso di cui AKU è sostenitore e sponsor del progetto.
La missione nel massiccio del Gran Sasso è solo l’ultima di una serie di interventi che mirano alla conservazione di una memoria che è sepolta nei ghiacci perenni.
Per Ice Memory infatti, quella sul Calderone è la quarta missione sui ghiacciai
alpini dopo quella del 2016 sul Monte Bianco, del 2020 sul Grand Combin e del 2021
sul Monte Rosa.

Nel Ghiacciaio del Calderone non è stato possibile risalire ad un ghiaccio così antico ma altre sono le informazioni che Jacopo Gabrieli, ricercatore Cnr-Isp e coordinatore sul campo della missione, insieme con gli altri scienziati si aspettano di ottenere. “Attraverso mirati studi di laboratorio, cercheremo di definirne le caratteristiche e di acquisire le informazioni chimiche e isotopiche conservate, se disponibili. Nella parte mediana del profilo abbiamo verificato la presenza di residui vegetali e di insetti, la cui datazione potrà aiutare a comprendere quando si è accumulato il ghiaccio circostante”.
Il progetto Ice Memory vede la collaborazione tra varie importanti realtà scientifiche insieme con AKU. La missione è organizzata da Cnr-Isp (Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Scienze Polari), Università Ca’ Foscari, in collaborazione con Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e Università di Padova.

Il ghiacciaio più meridionale d’Europa che non è un vero ghiacciaio

Il Corno Grande (m. 2912) del Gran Sasso d’Italia è la montagna più elevata dell’Appennino e di tutta l’Italia meridionale, situato nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Come un vero e proprio castello le formazioni rocciose proteggono una gemma di ghiaccio che è incastonata fra le sue quattro torri (Vetta Occidentale, Torrione Cambi, Vetta Centrale e Vetta Orientale). Il ghiacciaio del Calderone deve la sua longevità alle particolari condizioni locali in cui si trova: l’esposizione a settentrione e la geomorfologia delle ripide pareti rocciose lo proteggono dai raggi solari permettendo inoltre un buon apporto di neve durante la stagione invernale.
Nonostante questo le due porzioni di cui è composto il Calderone sono state declassate da ghiacciai a glacionevati, formazioni di neve e ghiaccio senza alcun tipo di movimento verso valle, caratteristica tipica degli ecosistemi glaciali ancora dinamici e vitali.

Il Calderone è una fotografia unica del glacismo mediterraneo. Già nel 2000 quella che era un’unica formazione di ghiaccio e neve è stata divisa in due differenti porzioni, una superiore ed una inferiore. La partizione di un ghiacciaio non è mai un buon segno, ne sottolinea la diminuzione delle dimensioni anziché l’ampliamento. Negli ultimi 30 anni il ritiro del glacionevato è stato considerevole; nel 1994 la sua estensione era di 6 ettari mentre ora si arriva a soli 2 ettari: è stato perso per sempre il 65% della sua area e con esso le informazioni che conteneva. Oltre al ritiro vi è anche l’assottigliamento del ghiaccio. I ricercatori di Ice Memory nella prima parte di aprile avevano compiuto dei sopralluoghi per capire quale fosse il luogo migliore dove portare la macchina carotatrice: si cercava il massimo spessore in modo che le rilevazioni potessero portare il maggior numero di dati possibile. Con sorpresa si è riusciti ad ottenere una carota di ghiaccio di 27,2 metri contro i 26 stimati.
Questa spedizione era una scommessa, non sapevamo cosa avremmo trovato in profondità
nel Calderone, che ogni anno perde circa un metro di spessore”, commenta Carlo Barbante, direttore Cnr-Isp, professore all’Università Ca’ Foscari Venezia e co-ideatore del programma internazionale Ice Memory.

Perforare il ghiaccio non è stato facile. Paradossalmente le operazioni realizzate sul Monte Rosa, dove la macchina carotatrice è arrivata alla profondità di 80 metri, sono state più semplici. La differenza sta nella composizione del ghiaccio che nel caso del Gran Sasso “era plastico, ossia estremamente caldo e intriso d’acqua, e la punta del carotiere tendeva a impastarsi, non riuscendo ad inciderne la superficie” commenta Jacopo Gabrieli. La differenza tra un ghiaccio duro e freddo contro uno plastico e caldo non sta solo nella differenza di perforazione ma segnala la natura di due ghiacciai completamente diversi. Nel primo caso ci troviamo di fronte ad un ghiacciaio ancora in buone condizione mentre nel caso del Calderone la situazione è purtroppo volta ad una repentina scomparsa dello stesso.

Le ragioni del progetto Ice Memory

Comprendere il clima e l’ambiente del passato permette di anticipare i cambiamenti futuri – spiega Carlo Barbante – I ghiacciai montani conservano la memoria del clima e dell’ambiente dell’area in cui si trovano, ma si stanno ritirando inesorabilmente a causa del riscaldamento globale, ponendo questo inestimabile patrimonio scientifico in pericolo”.
Ma quale relazione sussiste tra carote di ghiaccio e clima?
I ricercatori impegnati nel progetto ci spiegano come attraverso lo studio delle micro bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio è possibile conoscere la composizione dell’aria stessa: la presenza o meno di determinati gas, come i gas serra, oppure la concentrazione di anidride carbonica. Quella neve caduta migliaia di anni fa (milioni nel caso delle carote prelevate in Antartide) e trasformata in ghiaccio, conservata sotto strati di altra neve, racchiude in sé dei dati che ora possono essere studiati. Oltre a ciò è possibile, grazie alla stratificazione, risalire al periodo esatto cui appartengono i campioni di ghiaccio e paragonarli per ottenere un’evoluzione delle condizioni del nostro Pianeta. In una piccola bolla d’aria è racchiuso un microcosmo che è la fotografia precisa del periodo in cui è stata intrappolata fino all’arrivo dei ricercatori.

Il progetto Ice Memory non si limita allo studio degli stati di ghiaccio ma anche della sua conservazione. Pensando ad uno sviluppo futuro dei metodi di indagine i ricercatori salvano il ghiaccio dal sicuro scioglimento. È stata creata in Antartide una ‘biblioteca’ dei ghiacci, carote di ghiaccio prelevate dai ghiacciai attualmente in pericolo di ridursi o scomparire. Gli scienziati sono convinti che questo ghiaccio contenga informazioni di valore tale da richiedere attività di ricerca anche su campioni di ghiacciai scomparsi.

Per Ice Memory infatti, quella sul Calderone è la quarta missione sui ghiacciai alpini dopo quella del 2016 sul Monte Bianco, del 2020 sul Grand Combin e del 2021 sul Monte Rosa.

Ice Memory nel Calderone del Gran Sasso

La spedizione è durata 12 giorni, svoltasi nel mese di aprile 2022, a cui vanno aggiunte le giornate di sopralluogo svolte ad inizio primavera. Il luogo prescelto per montare la base di perforazione è stato a quota 2.673 metri di quota, ai piedi del Corno Grande. Proprio qui era stato individuato tramite rilievi lo spessore maggiore del ghiaccio che si è poi rivelato di 27,2 metri, ben un metro in più rispetto ai previsti 26. La spedizione è stata inizialmente condizionata dal maltempo che ha allungato considerevolmente la presenza dei ricercatori in quota. Le condizione metereologiche sono state definite “dure” dallo stesso Jacopo Gabrieli che, insieme con la squadra, ha dovuto fronteggiare anche la difficoltà del ghiaccio “estremamente caldo ed intriso d’acqua” che ha ulteriormente rallentato le operazioni. Ice Memory Gran Sasso ha usato per le perforazioni un macchinario del peso di 4.500 kg portato in quota grazie al fondamentale aiuto del Corpo nazionale dei vigili del fuoco (Vvf), che ha messo a disposizione mezzi e personale dei reparti Volo di Pescara e Roma Ciampino. Le giornate trascorse sul Gran sasso non sarebbero state possibili senza l’apertura straordinaria del rifugio Franchetti, di proprietà del Club alpino
italiano (Cai) di Roma e grazie al supporto operativo da parte del Soccorso alpino abruzzese e del piccolo Comune di Pietracamela, situato alle pendici del Gran Sasso.

Il ghiacciaio
più meridionale d'Europa

27,2 metri
di ghiaccio

2.673 metri
di quota

2 Università e
2 Istituti Nazionali

AKU insieme con Ice Memory

Il progetto Ice Memory si inscrive nel più ampio impegno che AKU mette in campo per la salvaguardia dell’ambiente. Non solo attraverso il finanziamento ed il supporto a missioni scientifiche ma anche sostenendo iniziative che sono volte ad un turismo responsabile e consapevole. Oltre a questo è sempre centrale per il calzaturificio italiano la costante ricerca tesa verso una produzione responsabile: ReAct Responsibly è la filosofia che guida le nostre azioni.
Il progetto Ice Memory è per AKU un impegno sul lungo periodo, la collaborazione è cominciata lo scorso anno con la raccolta dei campioni avvenuta sul ghiacciaio del Monte Rosa e proseguirà per i successivi tre anni, sostenendo i ricercatori nelle missioni future.

La partnership al progetto Ice Memory non si basa solo su questioni ambientali ma anche per l’affinità che esiste tra le calzature AKU e l’utilizzo specifico di cui i ricercatori ed il team di supporto avevano bisogno. Le missioni si svolgono in climi rigidi, dove la temperatura è spesso sotto lo zero, con condizioni di ghiaccio e neve. Per le ricognizioni, il trasporto del materiale e le giornate in quota sono impegnate guide alpine e scienziati con conoscenze alpinistiche, è necessario avere calzature che offrono prestazioni eccellenti. Le calzature AKU riescono ad unire la necessità di un prodotto tecnico per progressioni in ambiente alpino ed al tempo stesso confortevole, viste le lunghe ore e le varie attività in cui viene calzato. Per il progetto Ice Memory AKU ha fornito Hayatzuki GTX, il prodotto di punta ramponabile e con inserti in Primaloft per l’alpinismo invernale e Rock DFS GTX, la calzatura da approach e trekking con il sistema Dual Fit System progettato da AKU, che è stata usata dal team per le azioni quotidiane al di fuori dell’ambiente del ghiacciaio.

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2.673 metri
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