• Emozioni d'Irlanda

Emozioni d'Irlanda

L’Irlanda è sempre in grado di regalare forti emozioni e ogni volta che ritorniamo proviamo una sensazione differente a seconda di quello che Madre Natura decide di regalarci.

Oramai è il decimo viaggio nell’arco di pochi anni che organizziamo e amiamo questa terra alla follia. Abbiamo esplorato l’Irlanda in lungo e in largo, scoprendo luoghi magici e persone dal cuore d’oro. Quest’anno si è aggiunta un’ulteriore magnifica sensazione, quella di riuscire a uscire dai confini dell’Italia (cosa normale prima del Covid-19) e dirigerci verso il nord Europa per svolgere il nostro lavoro di guide fotografiche.
Il gruppo che è partito con noi è stato un mix tra clienti affezionati e nuove conoscenze con le quali ci siamo trovati subito a nostro agio e abbiamo trascorso una settimana di divertimento, risate e parecchia pioggia.

Un viaggio fotografico paesaggistico è un’esperienza a contatto diretto con gli elementi della natura che spesso mettono a dura prova la determinazione di ognuno dei partecipanti, ma quando si riesce ad essere nel posto giusto e con il momento di luce perfetto, tutte le fatiche vengono ripagate a pieno, lasciando un ricordo indelebile che durerà per sempre.

Le due principali mete del viaggio sono state l’Irlanda del Nord ed il Donegal, due delle contee più sceniche di tutta l’isola, ricchissime di punti panoramici mozzafiato.

Le colate basaltiche delle Giant’s Causeway

Le Giant’s Causeway sono senza ombra di dubbio una delle attrazioni più curiose dell’Irlanda del Nord, una singolare formazione geologica che ha prodotto migliaia di colonne basaltiche dalla forma esagonale, grazie ad un’antica eruzione vulcanica sotterranea. Ricordo ancora come se fosse ieri l’attesa di due ore per un tramonto che non è mai arrivato sotto una costante pioggia che ha messo a dura prova i nostri strati impermeabili. Non ci siamo mai persi d’animo e anche rimanere molto tempo sotto il cielo capriccioso d’Irlanda è stato parte dell’esperienza. Il resto della contea è uno spettacolo per gli occhi, tra baie sperdute, coste strapiombanti, cascate che si tuffano nell’oceano, viali alberati dall’aspetto mistico e ampie spiagge… non ci siamo fatti mancare nulla.

Le montagne del Glenveagh National Park e le coste atlantiche

Il Donegal non è da meno, grazie alla sua grande varietà di paesaggi che spaziano dalle montagne del Glenveagh National Park alle coste meravigliose che regalano scorci incredibili come il Faro di Fanad Head. Non sarà imponente come i maestosi fari Bretoni, ma dal punto di vista fotografico è una meraviglia da immortalare. Abbiamo tentato varie volte l’alba e all’ultimo momento, nonostante avesse iniziato a piovere, la fortuna è stata dalla nostra parte regalandoci un momento di luce indimenticabile con tanto di arcobaleno che ha riscaldato gli animi del gruppo e messo tanta felicità nel cuore.

Le dolci colline costellate di zone umide

La zona interna, a differenza della costa molto collinare, è montuosa, ovviamente non come i monti di casa nostra, ma piuttosto delle dolci colline costellate di acquitrini, fiumi e cascate. Un ambiente severo che mette a dura prova l’impermeabilità dei propri scarponi e soprattutto la pazienza a causa dei maledetti midgets, piccoli moscerini decisamente fastidiosi che mordono e obbligano a correre ai ripari con simpatiche retine copricapo. Un po’ più di fatica per scattare, ma sempre ben ripagata da attimi di luce rapidi e fuggenti.

L'Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito

Slieve Donard, è la cima più alta (850 m), nella zona di Newcastle

Numerosi castelli normanni, monumenti celtici e cristiani

La capitale Belfast è ricca di murales politici

Dall’Irlanda si torna a casa con il sorriso e la voglia di ritornarci il prima possibile, è un’isola capace di accoglierti e farti sentire parte integrante del luogo. Mai una volta ci siamo sentiti fuori posto e anche in un momento particolare come questo le persone ci hanno accolto a braccia aperte e con il sorriso.

  • DALL'IRLANDA SI RITORNA A CASA CON IL SORRISO
    E LA VOGLIA DI RITORNARCI PRIMA POSSIBILE

La mia calzatura

 
La mia indole è parecchio avventurosa, ogni corso d’acqua o cascata hanno un forte richiamo su di me e non perdo l’occasione per buttarmi a capofitto nella scena. Ecco perché AKU Riserva High GTX sono il giusto compromesso tra comodità, resistenza ed estrema impermeabilità, grazie anche alla forma rialzata che ricopre buona parte del polpaccio posso immergere completamente i piedi in acqua e raggiungere luoghi prima impossibili.
Andrea Pettinari
 
 
La mia passione per la montagna e per il lavoro di guida di viaggi fotografici mi ha portato a scegliere AKU Superalp NBK GTX, una calzatura che mi offre la giusta resistenza e rigidezza per affrontare la grande varietà di sentieri e terreni, ma anche l’impermeabilità necessaria ad affrontare i peggiori momenti di pioggia in tutta serenità.
Matteo Rinaldi
  • L'anello
    del Moschesin

In inverno con le racchette da neve,
tra la Val di Zoldo e l’Agordino

Sulle tracce degli animali

L’anello del Moschesin è una bella escursione che possiamo affrontare in ogni stagione e scoprire una varietà di paesaggi, colori e sensazioni uniche.

Ci troviamo nell’area settentrionale del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, al confine tra la Val di Zoldo e l’Agordino, l’inverno è la stagione ideale per entrare in contatto con la montagna più silenziosa e severa, nell’intimità della natura. Sulla neve le creature dei boschi lasciano le loro tracce, seguirle o solo immaginare di chi sono è un gioco bellissimo. Per camminare sulla neve più alta e soffice dovremmo indossare un paio di racchette da neve (ciaspe o ciaspole); sono facili da usare e ci permettono di esplorare la montagna invernale come non avremmo mai immaginato di poter fare. Se incontrate tratti di sentiero ghiacciato o con neve molto dura è meglio indossare i ramponi che hanno una migliore presa e tenuta.

Per camminare sulla neve con le racchette da neve è necessario dotarsi di calzature tecniche che garantiscano un’elevata impermeabilità e allo stesso tempo riescano anche a mantenere costante la temperatura del piede, grazie a materiali ad elevato isolamento termico. Vestirsi adeguatamente in inverno è d’obbligo e la regola fondamentale è sempre quella del vestirsi a cipolla: si parte con indumenti tecnici leggeri, traspiranti e termici a contatto con la pelle e ci si copre poi con indumenti più pesanti. Da non dimenticare guanti, calze e berretto appropriati a proteggere le parti più esposte al freddo.

Dotatevi infine di uno zaino tecnico di circa 30 lt, con i lacci esterni per legare le racchette da neve e i bastoncini, sufficientemente capiente per riporre il vestiario e gli indumenti di ricambio, oltre al cibo e bevande. Evitante di portare panini o cose simili, che risultano sempre freddi. Meglio un piccolo thermos con dentro un semplice risotto caldo e in secondo thermos mettete del thé caldo. Date una occhiata ai nostri consigli di come autoprodurre il cibo per le vostre escursioni (leggi “Trail food”).

Il percorso

La partenza è da Pian de la Fopa (1180 m), località che si raggiunge in auto da Forno di Zoldo solo se la strada non è ghiacciata, altrimenti è necessario salire a piedi in poco più di 1 ora, sono circa 4 km (in estate è presente la navetta Zoldobus che vi conduce dove parte il sentiero CAI 540). Per eventuali informazioni sulla percorribilità consultare il sito o telefonare all’ufficio informazioni www.valdizoldo.net.

Percorriamo la strada forestale che porta a malga Pramper, poco prima della malga è ben visibile l’imbocco del sentiero CAI 540 che si stacca sulla destra verso forcella Moschesin. Seguiamo il sentiero CAI 540 che dalla base delle pendici ghiaiose del Castello di Moschesin risale fino alla testata della Val Balanzòla. Da qui, con alcuni zig-zag, si raggiunge la forcella Moschesin (1940 m), riconoscibile per i ruderi della Casermetta: un forte difensivo della Prima Guerra Mondiale, da cui si gode un panorama di grande suggestione.

Dalla forcella riprendiamo il cammino verso Est, seguendo le indicazioni per il “sentiero panoramico” che si ricongiungerà più avanti con il sentiero CAI 543. L’anello prosegue fino al rifugio Sommariva “al Pramperet” (1859 m) che incontriamo sulla piccola conca del Prà de la Vedova. Il ritorno si svolge a Nord, lungo il sentiero 523, fino a malga Pramper (1540 m) dove ritroviamo il percorso dell’andata (in estate è consigliata la sosta a malga Pramper, dove è possibile degustare i formaggi d’alpeggio).

6,30 ore per l'intero anello

800 metri di dislivello

Strada sterrata e sentieri innevati

Al confine tra la Val di Zoldo e l’Agordino

Consigliamo di usare

Per l’anello del Moschesin in invernale con le ciaspe sono stati utilizzati AKU Superalp GTX e AKU Trekker Pro GTX
  • Aurai

Il Lagorai d'inverno tutto d'un fiato

Peter e il Lagorai

Peter Moser è come il Lagorai: discreto, poco visibile, selvaggio e dolce nello stesso tempo, lontano dalla ribalta del grande alpinismo. Se lo confrontiamo con il delicato calcare delle vicine Pale di San Martino il Lagorai è un’altra cosa: figlio del fuoco vulcanico è duro e inscalfibile, proprio come Peter. Qui Peter è di casa, questa è la sua casa e non ci sono cime, canaloni, pareti o creste che non sia salito d’estate e d’inverno e quasi sempre da solo.

Figlio di agricoltori è cresciuto in un maso in Valsugana, il Lagorai lo ha nel cuore fin da bambino e così nella sua mente è maturata l’idea di unire tutte le cime del Lagorai che superassero i 2000 metri e di percorrerle d’inverno, mettendo a frutto la propria esperienza di alpinista a 360 gradi. 

La catena montuosa del Lagorai-Cima d’Asta è tra le più estese del Trentino, sono oltre 70 km, da Panarotta al Passo Rolle e le cime che superano i 2000 metri sono oltre 200. Quello che ha in animo di fare Peter è un progetto ambizioso e impegnativo, per molti bravi alpinisti potrebbe essere l’obiettivo di una vita. Peter contava di realizzarlo in due o tre settimane al massimo e il bello è che ce l’ha fatta.

Il progetto nelle parole di Peter Moser

“In questa esperienza mi sono scrollato di dosso per l’ennesima volta ogni regola e ogni schema mentale, sono tornato nel mio habitat con la scusa di rimanerci il più possibile da solo. Mi ha accompagnato unicamente la neve sotto i piedi, il vento tra i capelli, lo sguardo rivolto all’orizzonte e nelle orecchie solo il rumore del mio respiro. Ho scelto di affrontare questo percorso mettendo tutto quello che fa parte del mio alpinismo: leggero, veloce e da solo, scegliendo i versanti tecnicamente più belli ed impegnativi.

Avevo programmato la partenza in primavera o comunque in coda all’inverno, ma quest’anno la neve a febbraio si è presentata molto assestata e dura, conseguenza delle nevicate seguite da pioggia anche in quota, e ho dovuto anticipare. Queste condizioni, seppur insidiose, mi hanno permesso di essere molto veloce, soprattutto sulle creste con i ramponi ai piedi. Non ho pianificato troppo, semplicemente ho voluto affrontare giorno dopo giorno le innumerevoli cime, sceglievo solo un punto di partenza senza sapere quale sarebbe stato il punto di arrivo alla sera.

Per muovermi mi sono affidato solo al mio istinto, nessuna carta, nessun mezzo tecnologico ad aiutarmi. Semplicemente il mio sguardo e i miei occhi a guidarmi verso una cima dopo l’altra che vedevo davanti a me. Gran parte del percorso si è svolto su creste anche fortemente esposte e impegnative che andavano ben oltre i classici itinerari di alpinismo e scialpinismo e spesso con l’incognita di non riuscire a passare. Non è stata un’impresa ma una grandiosa avventura: camminando, scalando, sciando ho visto cervi, camosci, aquile, cedroni e lupi, mi son sentito ancor una volta far parte di questo ambiente e ne ho gioito. E tutto questo va ben oltre la pura performance sportiva.

Nella mia attività di guida alpina ho conosciuto molte montagne, ma ogni volta torno volentieri nel Lagorai perché qui trovo una tranquillità, un’aria diversa rispetto ad altre valli. Il turismo ha solo sfiorato queste montagne forgiate dai contadini, che profumano ancora di agricoltura, di malghe e di vacche al pascolo, sono montagne diverse, non ci sono impianti sciistici se non alcuni al margine, solo una strada le attraversa e viene chiusa d’inverno, non c’è il turismo di massa e così sono rimaste vive e autentiche, non sono ancora un luna park, una proposta turistica da consegnare ai turisti a ferragosto.

Io qui ci lavoro, non solo come guida alpina, faccio anche il contadino, ho un maso, coltivo la terra, taglio il bosco, vivo la montagna a 360 gradi da montanaro, da sportivo, da persona che ci è nata e qui finirà la sua vita”.

15 giorni

200 cime sopra i 2000 metri

6000 metri di dislivello al giorno

Salite in stile alpino e percorsi scialpinistici anche inediti

Le principali tappe

1 – Le cime tra la Valsugana e la Val dei Mocheni;
2 – Val Calamento da Malga Baessa: le cime Ziolera (2478 m), Croce (2490 m), Cadino (2420 m), Fregasoga (2447 m), Cimon di Tres (2292 m);
3 – Val Campelle, le cime da Cima Lagorai (2585 m) fino alla Pala del Becco (2422 m);
4 – Val Campelle: Passo Cinque Croci (2018 m), Cima Nassere (2253 m), Cima Orsera (2471 m), Monte Cimo;
5 – Val Malene, le cime della zona del Cimon di Rava (2436 m);
6 – Val Malene, le Cime di Segura (2413 m);
7 – Val Malene, le cime di Cima d’Asta (2847 m);
8 – Passo Broccon, Palon della Cavallara (2201 m), Col dela Crose (2423), Cima Spiadon (2312 m);
9 – da Predazzo al Passo Rolle;
10 – Val Veneggia, le cime della zona Cima Juribello e Cima Juribrutto (2697 m);
11 – Valle del Vanoi dal lago di Calaita, le cime zona Folga (2436 m) e Tognola (2185 m);
12 – Valle del Vanoi da Refavaie a Valmaggiore fino a forcella Lagorai;
13 – Val Cadino da Ponte delle Stue, le cime zona Cimon di Val Moena (2488 m) fino al Cermis.

  • UN GRANDE VIAGGIO ESPLORATIVO
    DENTRO LA NATURA E DENTRO SE STESSI

La mia calzatura

Durante le sezioni prettamente alpinistiche del progetto “AURAI, il Lagorai d’inverno tutto d’un fiato” Peter Moser ha utilizzato il modello AKU HAYATSUKI GTX.
  • Non perdiamo di vista
    il clima

Carlo Barbante, direttore dell’Istituto di Studi Polari presso il CNR, ci aiuta a tenere viva l’attenzione sui cambiamenti climatici

L’emergenza sanitaria causata dalla pandemia COVID-19 ha temporaneamente messo in secondo piano l’altra importante emergenza globale della nostra epoca, rappresentata dal riscaldamento globale e dal relativo cambiamento climatico. Il tema rimane tuttavia di assoluta rilevanza e non deve essere dimenticato in quanto, al pari di una pandemia, comporta conseguenze pesanti per il futuro della nostra civiltà e del nostro modello di sviluppo. Carlo Barbante, professore ordinario di Chimica Analitica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e direttore dell’Istituto di Studi Polari presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), ci aiuta a tenere viva l’attenzione sulle questioni riguardanti il clima, rispondendo ad alcune domande sul presente e sul futuro della ricerca scientifica in questo ambito.

Cosa significa oggi fare ricerca sul clima e quanto è difficile farlo in considerazione del forte dibattito aperto attorno a questo tema?
Penso sia una vera missione ed una sfida al tempo stesso. Una missione, poiché ne va del nostro futuro ed una sfida, poiché i temi legati al clima sono spesso molto complessi.

Siamo costantemente bersagliati da informazioni sulle questioni ambientali, sui rischi derivanti dai cambiamenti climatici e spesso spaventati da scenari apocalittici o distratti per effetto delle tesi negazioniste. A che punto siamo con la ricerca?
L’impatto delle attività antropiche sul clima è oramai provato da moltissimi studi. Non ci sono dubbi; l’uomo sta alterando l’ambiente ed il clima in maniera pesante ed irreversibile. Dobbiamo comunque ancora capire molte cose riguardo ai processi climatici, all’impatto sulla biodiversità e alla risposta delle aree più vulnerabili del pianeta.

Si sente spesso dire che la zona del pianeta in cui si avvertono maggiormente gli effetti del surriscaldamento globale sia il polo nord. Qual è il motivo?
Le are polari sono estremamente importanti per la regolazione del clima della terra. Sono allo stesso tempo molto influenzate da quello che succede alle basse latitudini. Mentre la temperatura superficiale media della terra è aumentata di poco più di un grado centigrado, nell’Artico la temperatura è aumentata di più del doppio, a causa di effetti di amplificazione del riscaldamento. Questo ha delle conseguenze drammatiche, oltre che sulla biosfera anche sulla fusione dei ghiacci marini e continentali, che impattano in maniera importante sull’innalzamento del livello del mare.

E per altri ecosistemi, tipo le Alpi o l’Himalaya, come sono le condizioni e cosa ci dobbiamo aspettare nel prossimo futuro?
I ghiacciai delle Alpi e dell’Himalaya sono considerati le sentinelle dei cambiamenti climatici. Sono estremamente vulnerabili. Alcuni modelli climatici indicano che per la fine di questo secolo la maggior parte dei ghiacciai delle Alpi sarà sparita a causa del riscaldamento globale. Questo avrà delle importanti conseguenze anche sulla disponibilità della risorsa acqua

In poche settimane di lockdown molti hanno osservato “la natura riprendersi i suoi spazi”. E’ vero o si è trattato solo di una suggestione creata per effetto della particolare situazione?
Diciamo che è stato un inaspettato effetto positivo di questa drammatica emergenza. Ma non illudiamoci; quando alla fine supereremo la pandemia di COVID-19, il sistema economico ed il tessuto sociale dovranno ripartire. Naturalmente l’uso delle risorse per riattivare il sistema produttivo del pianeta sarà posto sotto forte stress.

Può esistere una correlazione tra le dinamiche climatiche e lo sviluppo della pandemia COVID-19 o si tratta solo di ipotesi fantascientifiche?Non ci sono evidenze scientifiche su questo aspetto. Tuttavia, a preoccupare maggiormente gli scienziati è la possibilità che alcune malattie possano migrare, si modifichino o evolvano a causa del riscaldamento del pianeta. Oggi chi vive a Roma o a Venezia non si preoccupa molto della diffusione della malaria o della febbre dengue, ma con la lenta deriva verso settentrione della zona tropicale e la conseguente diffusione delle delle zanzare portatrici delle malattie dovrà forse cominciare a farlo in futuro.

Il progetto “Ice Memory”, lanciato ormai oltre tre anni fa con l’obiettivo di raccogliere campioni di ghiaccio in vari siti glaciali nel mondo per creare una banca dati in Antartide, rappresenta una grande impresa scientifica. A che punto è il progetto?
Il progetto sta procedendo bene, nonostante abbiamo avuto alcune difficoltà create dal maltempo in autunno che ci ha costretto a posticipare una missione sul Grand Combin e la crisi legata all’emergenza COVID-19 che ci costringe a casa.

Com’è composto il team di ricercatori che partecipano al progetto?
Abbiamo giovani molto motivati e con competenze molto diversificate; chimici, geologi, fisici, tutti con una sconfinata passione per la montagna ed uno sguardo sul futuro.

Quali sono i prossimi passi “sul campo”?
Dobbiamo tornare al più presto sul Grand Combin e poi effettuare alcune missioni in ghiacciai di bassa quota, come la Marmolada ed il Calderone, sul Gran Sasso, il ghiacciaio più meridionale d’Europa.

Nel mondo dell’outdoor la sensibilità nei confronti del rapporto uomo – ambiente è apparentemente molto elevata, sia sul versante dell’industria che su quello dell’utilizzatore dei prodotti. Ci sono delle raccomandazioni che, come scienziati, vi sentireste di fare al mondo dell’outdoor per una efficace sinergia tra mercato e mondo della ricerca?
Penso che il mondo dell’outdoor dovrebbe supportare progetti scientifici che mirano alla sostenibilità. E’ possibile fare molto anche con molto poco. Sarebbe una situazione vincente per tutti.

Quali sono oggi, realisticamente, le prospettive per un giovane appassionato di scienze naturali che intenda dedicarsi alla ricerca in campo ambientale?
La passione e la determinazione la fanno da padrone. Moltissimi giovani hanno compreso come la crisi climatica sia la vera sfida del futuro. Ecco una grande possibilità che si presenta alla società moderna post COVID-19, è quella di cercare di ricostruire i propri sistemi sociali ed economici per renderli migliori, più resilienti e meno dipendenti dalle fonti fossili. Salute, equità, protezione dell’ambiente e delle risorse saranno essenziali per rianimare l’economia globale post-pandemia.

La mia calzatura

Per le attività più impegnative in alta quota nei ghiacciai o nelle regioni polari Carlo Barbante e molti dei ricercatori del suo staff utilizzano il modello Hayatsuki GTX.
  • I grandi fotografi di montagna

15 grandi maestri della fotografia che hanno lasciato un segno nell’arte di fotografare le montagne

“I grandi fotografi di montagna” è un viaggio virtuale sulle montagne del mondo, attraverso la visione dei più grandi autori della fotografia di montagna. Guardando “le foto delle montagne” e “le foto dalle montagne”, scopriamo non solo lo stile fotografico, ma anche l’approccio alla montagna dei diversi autori, indissolubilmente legato all’idea dell’immagine fotografica. Gli autori che abbiamo scelto per guidarci in questo grande viaggio fotografico sono: Ansel Adams · Vittorio Sella · Walter Bonatti · Gianfranco Bini · William Frederick Donkin · Fratelli Bisson · Jürgen Winkler · Davide Camisasca · Marco Milani · Famiglia Tairraz · Galen Rowell · Patrick Morrow · Francesco Ravelli · Lorenzino Cosson · Carlo Meazza.

N.B. La pubblicazione dei fotografi avviene con uscite cadenzate, vi invitiamo a ritornare su questa pagina per scoprire gli altri grandi fotografi.

"I grandi fotografi di montagna"
è una rubrica curata da Lorenzo Di Nozzi e Cesare Re

Lorenzo Di Nozzi

Fotografo di scena; ha collaborato con teatri, festival, artisti italiani e internazionali. E’ docente presso l’Accademia di Fotografia di Scena del Teatro alla Scala di Milano.

Cesare Re

Fotografo di montagna e autore di libri e guide di trekking, natura, paesaggio e tecnica fotografica. Ha pubblicato articoli sulle principali riviste italiane e foto in Europa, America, Australia e Asia.
Lorenzo e Cesare, insieme a Matteo Vecchi, sono i fondatori di FotoPerCorsi, punto d’incontro tra fotografi, per corsi, workshop fotografici e iniziative culturali. www.fotopercorsi.com

Le nostre calzature

Per le attività di fotografo di montagna Cesare Re utilizza il modello AKU SLOPE MICRO GTX, mentre Lorenzo di Nozzi per gli scatti fotografici in ambienti indoor o urbani utilizza il modello AKU BELLAMONT LUX.

Bentornato!

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito NON utilizza alcun cookie di profilazione. Sono invece utilizzati i cookie di terze parti legati alla presenza dei social plugin. Proseguire la navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezionando un elemento dello stesso comporta la prestazione di consenso all'utilizzo dei cookies. Per avere maggiori informazioni o modificare il vostro consenso all'utilizzo dei cookie clicca qui.

Chiudi

protetto da reCAPTCHA: privacy - termini